Romelu Lukaku fa sempre notizia, che si tratti di Belgio o Napoli. Ieri sera il nuovo commissario tecnico, Rudi Garcia, gli ha affidato la fascia di capitano nella gara contro l’Ucraina, spareggio per restare nella “Serie A” della Nations League. In effetti, i numeri di Big Rom sono indicativi: 120 presenze, arricchite dal record all-time di gol (85) con la sua nazionale, ne fanno un autorevole candidato al ruolo di leader del nuovo corso avviato lo scorso gennaio dalla vecchia conoscenza in panchina all’ombra del Vesuvio.

Prima, però, assieme agli altri senatori – De Bruyne e Tielemans -, Lukaku ha dovuto fare da garante per Courtois all’interno dello spogliatoio, stemperando il clima di strisciante tensione che si respirava nel ritiro dei “Diavoli Rossi”. Il portiere del Real Madrid, infatti, aveva abbandonato la nazionale quasi due anni fa per problemi con il vecchio c.t. (Tedesco) ed una parte del gruppo. L’opera di mediazione ha contribuito ad appianare le divergenze.

Peccato che poi in campo le cose non siano andate come sperato, con l’Ucraina che rimonta proprio la rete di Lukaku, comunque puntuale all’appuntamento nel colpire di testa una punizione tagliatissima di De Bruyne, e batte il Belgio per 3-1.

Diavoli Rossi a trazione anteriore

Insomma, piove sul bagnato per Romelu, anche a causa di una etichetta alquanto scomodo affibbiatagli da una parte dell’ambiente partenopeo, che lo considera il vero equivoco della squadra di quest’anno: un evidente pregiudizio, perché i movimenti del belga sono sin troppo cerebrali per essere apprezzati da tutti. Eppure Conte lo ritiene indispensabile per potere interpretare il suo calcio posizionale, conscio che un attaccante non si valuti solo sulla scorta di gol e assist. Sono altre, per l’allenatore salentino, le qualità determinanti per aumentarne l’efficacia, a prescindere dal contributo offerto negli ultimi sedici metri. Scenari di natura strategica in cui il numero 11 legge la situazione, e sceglie la giocata adatta a raggiungere l’obiettivo perseguito.

Appare evidente il diverso peso delle responsabilità distribuito da Conte e Garcia. In nazionale agisce da terminale offensivo nel 4-2-3-1, supportato da una batteria di trequartisti con piedi educati e cervello finissimo: De Ketelaere, De Bruyne e Trossard. Una squadra a trazione anteriore, quindi, che cerca di verticalizzare nel minor tempo possibile. In questo scenario, Lukaku è il riferimento principale là davanti, deputato ad aggredire la profondità e costringere i difensori a correre verso la propria porta.

Raccordo e sponde col Napoli

Nessuno, invece, può negare quello di buono che fa in azzurro. Del resto, è sotto gli occhi di chiunque la grande mole di lavoro svolta lontano dalla porta dal centravanti del Napoli, usato come strumento tattico inserito all’interno di un contesto organizzato, funzionale a esaltare la manovra collettiva. Per cui non va trascurato che permette di consolidare il possesso, agendo sostanzialmente da raccordo affinché la squadra mantenga il pallone (apparentemente fermo o quasi), dando così tempo ai compagni – magari distanti – di scaglionarsi adeguatamente.

In quest’ottica diventano importanti gli spostamenti del belga, che spesso assume una postura disagevole, incentivato a ricevere di spalle. Nonché in condizione di inferiorità numerica, proprio per stimolare i suoi compiti da pivot. Sicuramente la fisicità è un aspetto importante per riuscire a tenere il pallone, consentendo di accorciare in zona palla al resto della squadra. Che però deve saper interpretare al meglio gli aspetti legati allo smarcamento. In tal senso, va letta l’idea di Conte di prediligere la giocata sul corto, in virtù del principio avanti-indietro-dentro. Paradossalmente, il modo più semplice di far progredire la manovra, favorendo l’occupazione razionale degli spazi.

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